Fare un viaggio alle Cinque Terre,
oggi, vuol dire calarsi in un patrimonio dell'umanità, così sono
state, infatti, dichiarate dall'UNESCO quelle che D'Annunzio citava
come "pampinose terre".
Un severo profilo paesaggistico, con un mare procelloso che si
abbatte contro bastioni di rocce scoscese; d'altronde non sa cosa
sia la Liguria chi non abbandona i valichi agevoli. C'è qualcosa
d'angoscioso, di feroce e disperato, nella tenacia umana che ha
aggredito e morso quei dirupi, gradinandoli e terazzandoli, fino ad
incredibili altezze, con una somma di lavoro e fatica che spaventa.
I "cian", le fascie terrazzate, sono moltissime e
resistono in un precario equilibrio bisognoso di nuovi e solidi
puntelli. Abbandonare le vigne potrebbe significare privare questo
complesso apparato d'importanti basi di sostegno, con reale rischio
di cedimenti e frane. Non lavorare i poderi situati più in alto, a
quasi cinquecento metri di quota, vorrebbe dire dare il via
all'incontrollato rovesciamento a valle del terriccio e delle pietre
dei muretti a secco; non porre ostacoli all'avanzata lenta ed
inesorabile della macchia mediterranea con conseguente perdita di
un'economia basata sulla coltivazione della vigna, e sulla poesia
che un vino mito come lo Sciacchetrà suggeriva.
E' in questo scenario che, come un perfetto pezzo di puzzle, è
andato ad inserirsi il primo presidio (termine che rileva il
concetto di salvaguardia e tutela) viticolo italiano di Slow Food,
inteso come recupero di tutto quello che sta dietro ad un vino,
storia, processi produttivi, economia, socialità e sapori.
Territorio da salvare e da vedere con occhi
antichi, contrade defilate rispetto alle principali vie di
comunicazione stradali, ma raggiungibili comodamente tramite
ferrovia; visitatele queste terre senza un preciso percorso, ma
seguite sensazioni, profumi, colori di una bellezza vertiginosa:
costruzioni che si protendono verso il mare sfidando le leggi di
gravità.
Qui la Liguria conserva il volto austero e genuino di quei vecchi
borghi fatti di case compatte, facciate colorate, scuri carruggi.
Qui si comprende meglio l'animo ligure, aspro, "sarvego"
(selvatico), pronto ad aprirsi alle esigenze del turismo e del
commercio, ma non disposto a rinunciare alla sua identità.
Le
Cinque Terre, così ostiche da avvicinare e da percorrere,
rappresentano al meglio la traduzione geografica del carattere di
questa gente. Per capirle occorre adeguarsi, camminare e tacere,
sudore e silenzio. Sono paesi minuscoli e bisogna tenerne conto se
si vuole venire qui, spazi rosicchiati, inesistenti, bastano poche
decine d'auto di turisti ed è già il caos. Bisogna tenerne conto e
dimenticare l'auto nel pieno dell'estate dove orde di turisti
prendono possesso d'ogni angolo; meglio fuori stagione, in aprile,
in maggio, attrezzati di comodi scarponcini da trekking utili per
percorrere il celebre sentiero azzurro, la via che collega i cinque
paesi sfruttando le mulattiere e le stradine del XII secolo,
mantenendosi a mezzacosta con brevi saliscendi che non vanno mai
oltre quota 200 metri.
Arrivate a Monterosso, prima di cinque
perle, e visitate il Convento dei
Cappuccini, seicentesca costruzione posta su un
promontorio che permette un incredibile panorama; nel centro storico
si può notare la chiesa parrocchiale di
San Giovanni Battista, alla confluenza dei carruggi del
Buranco e del Morione, costruita nel 1244 in stile gotico ligure, la
facciata a bande bianche e nere è impreziosita da un portale
ogivale e da uno spettacolare rosone in marmo traforato.
Vernazza, dicono sia il borgo più bello, certo è molto tipico e
rappresentativo, costruito sulle sponde di un torrente, le case
accalcate una sopra l'altra, dappertutto i segni del passato: i
ruderi del castello medievale,
quel che resta dei fortilizi, mura, protezioni, torri di difesa. Da
vedere Santa Margherita d'Antiochia,
costruita nel 1318 su uno scoglio a picco sul mare.
Corniglia è la frazione più piccola,
emozionante, ha le abitazioni sospese su di un precipizio a 90 metri
dal mare e una spiaggia creata dall'uomo nel dopoguerra utilizzando
i detriti ricavati dallo scavo del tunnel ferroviario, nota come arenile
di Guvano.
Grappoli di case color pastello e una piccola marina chiusa in una
stretta gola denominata Porto Rosso- probabilmente in memoria di una
delle sanguinose scorrerie dei saraceni - danno il benvenuto a Manarola
dove un prezioso trittico del
Quattrocento è custodito nella trecentesca chiesa
della Natività di Maria Vergine, detta anche di San
Lorenzo e edificata dai maestri antelami; questo villaggio è
raggiungibile da Corniglia anche attraverso la famosa via
dell'amore.
Ultima tappa Riomaggiore, borgo di
pescatori costruito nel VII secolo da un gruppo di profughi greci.
Per un attraversamento completo dovrebbero bastare 5 ore di marcia,
ma se si considerano le soste nei paesi ci vuole una giornata.
Meritano una deviazione anche i santuari,
in alto, lontani dal mare protetti dal verde e dalle pieghe della
montagna, lungo tutto l'arco delle Cinque Terre ve ne sono di
suggestivi per il valore intrinseco, ma anche per l'ambiente che li
circonda. Quello di Soviore (fondato,
pare, all'epoca dell'invasione longobarda nel 641), vicino a
Monterosso, quello di Reggio (Vernazza) e quello di Montenero
(Riomaggiore) sono i più noti. |