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Marche .

A Pesaro e a Fano i Malatesta, ancora a Pesaro dal 1445 gli Sforza, a Urbino i Montefeltro e poi i Della Rovere. Queste sono le più importanti famiglie che si affermarono tra il Medioevo e il Rinascimento nelle Marche. Di tradizione guerresca seppero elevarsi creando, grazie al loro mecenatismo, corti raffinate per arte e cultura. L’antico nome Marche deriva dalla presenza sul territorio dell’impero germanico che si scontrò, nel medioevo, con la potestà ecclesiastica che la curia andava affermando. Parallelamente si rafforzarono e si imposero varie famiglie feudali in numerose città che, anche quando furono sotto la giurisdizione della Chiesa, restarono sempre in lotta fra loro. Questo spiega la diffusione su tutto il territorio di rocche e castelli.

I Malatesta furono Signori di Rimini dal 1295 al 1528, ampliarono il territorio della Signoria acquistando centri e castelli in Romagna e nelle Marche e sul versante adriatico, si spinsero anche fino a Brescia e a Bergamo.
Secondo alcuni, l'origine della stirpe risale ai romani.
 Alla metà dell'VIII secolo, la genealogia ci riporta un Giovanni, ricco e influente signore di Ravenna che sembra essere il capostipite della famiglia.
Il nome di Malatesta sarebbe stato dato a un Rodolfo, vissuto nel X secolo, per la caparbietà e l'arditezza con cui tenne testa nelle lotte contro papi e imperatori.
Attorno al 1200 i Malatesta sono distinti in due rami: i Malatesta da Foligno e i Malatesta da Verucchio. Quest'ultimi governarono nelle Marche.
Nel 1239 Malatesta da Verucchio, il Dantesco Mastin Vecchio (Inf., XXVII, 46), veniva nominato Podestà di Rimini. Già da allora la famiglia fu di parte guelfa, alla quale resterà sempre legata. Nel 1295 Malatesta II, figlio di Malatesta da Verucchio, fu proclamato capitano e signore di Rimini. Il figlio primogenito, Malatestino dall'Occhio, divenne signore di Rimini alla morte del padre. Furono suoi fratelli: Giovanni lo sciancato, detto Gianciotto, marito di Francesca da Polenta; Paolo, che morì con lei (la loro storia è narrata da Dante).
La maggiore personalità della famiglia Sigismondo Pandolfo (Rimini 1417 - 1468), che seppe accrescere con abilità la Signoria, fu guerriero e mecenate. Tenne una corte di umanisti, studiosi e artisti, ne è testimonianza ancor oggi il Tempio Malatestiano - chiesa di San Francesco "ristrutturata" da Leon Battista Alberti.
La dinastia dei Malatesta si chiuse con Pandolfo (1475 - 1534), nipote di Sigismondo Pandolfo.

 

 

I Montefeltro furono conti e duchi di Urbino. La loro origine è incerta. Verso la fine del XII secolo compare un Montefeltrano, il primo personaggio sicuro della stirpe. Buonconte, il figlio maggiore di Montefeltrano, fu partigiano dell'imperatore Federico II dal quale ottenne la signoria di Urbino. Dal 1234 i Montefeltro sono riconosciuti Signori di Urbino.
Famiglia di parte ghibellina, i suoi componenti furono condottieri al servizio delle potenze pubbliche italiane, dove trovarono una forte fonte di reddito.
A Buonconte successe nel 1241 il figlio Montefeltrino che continuò a militare nella parte ghibellina. Guido, figlio di Montefeltrino successe al padre nel 1255, fu un famoso guerriero, ricordato da Dante nell'Inferno, canto XXVII. Dovette cedere Urbino al papa Onorio IV e dopo alterne vicende, riconquistò la città. Morì nel 1298 dopo essere entrato nell'ordine francescano (1296). Alla signoria succedette il figlio di Guido, Federico che si distinse come i suoi predecessori in veste di condottiero. Rimase ucciso, assieme ad uno dei figli nel 1322, durante una sommossa popolare in Urbino.
La signoria fu restaurata dai tre figli Guido, Galasso e Nolfo che ebbe la posizione più eminente. I tre fratelli ampliarono i possedimenti della Signoria e in particolare riconquistarono San Leo nel 1388, perduto alla fine del 1200.
Federico II, figlio di Nolfo, successe ai fratelli. Fu spogliato di tutti i beni dal Cardinale d'Albornoz, legato pontificio, per rientrarne in possesso con il figlio Antonio che nel 1388 ottenne Gubbio. Gli successe il figlio Guidantonio (1403-1443), anch'egli condottiero. Oddantonio, figlio di Guidantonio, fatto duca di Urbino da papa Eugenio IV nel 1443, venne ucciso poco dopo dai sudditi a causa della sfrenatezza dei costumi.
Gli successe Federico III (1442 - 1482), figlio naturale di Federico II. Con il ducato di Federico III, la corte di Urbino divenne un centro importante di cultura umanistica e di promozione delle arti, grazie al mecenatismo del duca.
Il figlio Guidobaldo (1482 - 1508) continuò gli splendori paterni assieme alla moglie Elisabetta Gonzaga. Nel 1502 venne estromesso dal ducato da Cesare Borgia, dove rientrò nel 1503. Non avendo figli adottò il nipote Francesco Maria Della Rovere che continuò la linea dinastica dei Montefeltro. Anch'egli condottiero, lasciò il ducato al figlio Guidobaldo II (1538-1574) con il quale si avviò la decadenza del ducato. Gli successe Francesco Maria II, che morto il figlio Federico Ubaldo, sposò la nipote bambina, Vittoria, a Ferdinando II di Toscana. Papa Urbano VIII tuttavia riuscì ad ottenere dai Montefeltro e dalla Toscana il riconoscimento del diritto di devoluzione alla Santa Sede di tutte le terre dei Montefeltro.
Nel 1625 Francesco Maria depose il governo che fu assunto da un governatore pontificio. Nel 1631, alla morte di Francesco Maria, il ducato di Urbino e la contea dei Montefeltro furono incamerati dallo Stato della Chiesa.

 

Originaria di Savona, la famiglia dei Della Rovere sembra fosse di umili origini, i componenti infatti la nobilitarono facendola derivare dai Della Rovere di Torino, conti di Vinovo dei quali adottarono lo stemma.
Il primo esponente di spicco della famiglia fu Francesco (1414 - 1484) che divenuto Papa con il nome di Sisto IV rimanendo in carica dal 1471 al 1484, adottò la politica di intrigo, di nepotismo e di mecenatismo che caratterizzò i pontificati del Rinascimento, grazie alla quale arricchì notevolmente di beni e di potenza la famiglia. Il giudizio storico riconosce tuttavia più lati effettivamente positivi della sua azione sia come statista sia come uomo di cultura.
I nipoti di Francesco che continuarono la dinastia furono: Leonardo che sposò una figlia naturale del Re di Napoli ed ebbe il ducato di Sora (1472); Bartolomeo che fu vescovo di Ferrara e Giuliano (1445 - 1513). Ordinato cardinale dallo zio, divenne papa con il nome di Giulio II (1503 - 1513) e come Sisto IV fu pontefice dominatore e ambizioso. Impegnò tutto il suo pontificato in azione politiche, religiose e culturali.
Giovanni Della Rovere (1457 - 1501), anch'egli nipote di Sisto IV, ebbe la Signoria di Senigallia, dove fu signore dal 1474 al 1503 e il vicariato di Mondavio. Genero di Federico di Montefeltro avendone sposato la figlia Giovanna, capitano generale della Chiesa, fu un ottimo principe molto amato dai sudditi. Al suo nome è legata la Rocca Roveresca di Senigallia, la cui struttura attuale è dovuta in larga parte alla sua volontà.
Gli successe il figlio Francesco Maria I (1490 - 1538) che nel 1508, essendosi estinta la famiglia dei Montefeltro ereditò anche il ducato di Urbino. Condottiero della Chiesa, ebbe nel 1513 come compenso per i servizi resi la città di Pesaro.
Guidobaldo II (1514 - 1574), figlio di Francesco Maria continuò la dinastia. Mecenate di artisti e letterati, fece di Pesaro una delle corti più raffinate e splendide del Rinascimento a discapito dei sudditi, tra i quali si diffuse un generale malcontento, su cui gravarono delle tasse onerose.
A Guidobaldo successe il figlio Francesco Maria II. Sposato in seconde nozze Livia della Rovere, da cui ebbe Federico Guidobaldo (1605 - 1623), nel 1621 rinunciò volontariamente al ducato in favore del figlio, ma dopo la morte prematura di questi nel 1623, dovette riprendere il governo. Stanco delle continue pressioni di Papa Urbano VIII di cedere i territori ducali alla chiesa, nel 1625 depose il governo e si ritirò a vita privata dedicandosi solo allo studio. Con Francesco Maria II si estinse la dinastia ducale.

 

 

Signori del ducato di Milano dal 1450 al 1535. Il capostipite del casato fu Muzio Attendolo detto lo Sforza (1369 - 1424) abile condottiero di ventura.
Gli successe il figlio illegittimo Francesco I (1401 - 1466) che fu uno dei più importanti capitani del secolo XV e tra i primi uomini politici che tentarono in Italia, con un certo successo, la realizzazione di una politica di equilibrio. Nel 1433, con il pretesto di raggiungere i possedimenti in Puglia, occupò la Marca pontificia e venne riconosciuto da papa Eugenio IV marchese della Marca anconetana e gonfaloniere della chiesa in Umbria. 
Il fratello di Francesco I, Alessandro (1409 - 1473) anch'egli figlio illegittimo di Muzio Attendolo, iniziò la linea di discendenza della Signoria di Pesaro che passò di padre in figlio a Costanzo I (1447 - 1483), Giovanni (1466 - 1510) e Giuseppe Maria detto Costanzo II (morto fanciullo nel 1512). La linea si estinse nel 1519 con Galeazzo, zio di Costanzo II.
Altri rami degli Sforza furono quello dei conti di Santa Fiora, iniziato da Bosio I, altro figlio illegittimo di Muzio Attendolo, quello dei Borgonovo, conti di Piacenza e quello dei marchesi di Caravaggio di Bergamo.
A Milano a Francesco I successe il figlio Galeazzo Maria e a questi il figlio Gian Galeazzo. Alla morte di questo (1494), si proclamò duca lo zio Ludovico il Moro che escluse dalla successione l'erede legittimo Francesco, figlio di Gian Galeazzo morto esule in Francia. Ludovico il Moro lasciò due figli Massimiliano e Francesco II che, morto nel 1535 senza lasciare il figli, chiuse la dinastia.

 

Due parole sul Tartufo

Il Tartufo rappresenta l’espressione gastronomica autunnale per eccellenza, conquistando la fantasia e le tavole dei buongustai.

E’ noto che, fin dall’antichità, si facesse uso gastronomico di questo pregiato Fungo, dai Babilonesi agli Egizi, che furono i primi a decantarne le qualità. Da Choepe, che li preferiva cotti, per finire al greco Teofrasto, allievo di Aristotele, al quale si fa risalire una curiosa e famosa “cantonata” scientifica sulla natura del nobile vegetale: secondo la sua interpretazione, lo sviluppo del Tartufo sarebbe da attribuire niente meno che alla combinazione tra pioggia e tuono, introducendo in questo modo la millenaria nomea sulle sue virtù. Era presente sulla tavola del celebre Lucullo, uomo di proverbiali stravizi tanto che ai romani si devono i nomi correnti del tartufo: terrae tuber, come lo definirono Plinio il Vecchio e Petronio, o truffolae terrae da cui deriva il dialettale trifola e le voci straniere truffe (francese) e truffle (inglese).I “nostri” tartufi (quelli usati nei secoli precedenti erano dei simili) sono stati trascurati per millenni dalla gastronomia ma sono ritornati prepotentemente in scena sul nascere del secondo Millennio.L’epoca dei Comuni e delle Signorie rappresenta la rinascita gastronomica che porterà i tartufi bianchi e neri a diventare i protagonisti delle tavole del Rinascimento.Dalla storia ci pervengono molti aneddoti che coinvolgono personaggi di grido di ogni epoca come Caterina de’ Medici, cui si attribuisce il merito di aver portato il Tartufo alla Corte di Francia, a Lucrezia Borgia, che pare se ne servisse per accrescere il suo fascino. Quanto alle presunte proprietà erotiche del tubero, possiamo attribuire qualche turbolenza ormonale, probabilmente, al suo intenso profumo. A questo proposito viene da chiedersi come mai le femmine di cinghiale, stando a certi cronisti, avrebbero interrotto la loro fuga imbattendosi nella fatale trifola? Paralleli ai progressi gastronomici sono gli sforzi per svelare il segreto biologico del Tartufo. I risultati sono scarsissimi: bisogna attendere il 1831 e la Monographia Tuberacearum di Carlo Vittadini perché lo si definisca un fungo ipogeo.

Nell’attesa, Molière lo eleva ai disonori della commedia facendo di Tartufo il suo più celebre eroe negativo, ipocrita e moralmente sotterraneo (l’evidente parentela della parola truffa con truffe la dice lunga sulle delusioni patite, già da allora, da cercatori ed acquirenti).                                

 Cos’è il Tartufo

  Il Tartufo appartiene alla famiglia dei funghi ipogei, cioè organismi che svolgono tutto il loro ciclo vitale sottoterra. Di questa categoria, per esempio, fanno parte patate e simili ma con loro, il Tartufo, ha ben poco da spartire; è invece parente stretto di porcini e prataioli, pur non avendo né lo stesso aspetto esterno, né la struttura interna. Come tutti i funghi, è sprovvisto di parti verdi perché, anche il Tartufo, non è in grado di ricavare, attraverso la fotosintesi clorofilliana, le sostanze necessarie al loro sviluppo; assume quindi queste sostanze dall’esterno, in questo caso, dalle radici di alcune piante superiori come il tiglio, il pioppo, il castagno, la roverella, instaurando un rapporto di simbiosi: dalla pianta prende gli zuccheri e cede acqua e sali minerali.

I Tartufi possiedono una parte vegetativa (micelio), costituita da sottili filamenti (ife) che hanno il compito di assorbire le sostanze nutritive e, per farlo meglio, si trovano ampiamente diramati nel terreno. Questi, a contatto con le parti terminali delle radici delle piante ospiti, sviluppano particolari organi (micorrize) attraverso i quali si instaura lo scambio di sostanze vitali che abbiamo precedentemente descritto.  

La presenza delle micorrize è fondamentale per la formazione del Tartufo; infatti ogni anno, al verificarsi di determinate condizioni climatiche, queste stimolano la formazione del corpo fruttifero (carpoforo), facendo sì che si formi, nel sottosuolo, la celebre “pallina”, ad una profondità compresa fra la superficie e i 60 centimetri.

Il frutto è caratterizzato da un rivestimento esterno (peridio) liscio o verrucoso, e da una polpa interna (gleba) che al taglio appare marmorizzata per la presenza delle venature chiaroscure.

Queste sono le parti produttive del carpoforo e contengono le spore, organi atti alla riproduzione (venature scure), mentre le aree non produttive sono caratterizzate da venature chiare.

Arrivato alla maturità, il Tartufo, a differenza degli altri funghi che diffondono le loro spore in superficie, emana un forte profumo. Questo aroma attrae cinghiali, insetti, lumache e roditori che se ne cibano disperdendo, in questo modo, le spore sul terreno, avviando, di conseguenza, un nuovo ciclo di vita del tubero. Per questo motivo, è facile trovare diverse specie di tartufi ancorati alla stessa pianta ospite.