Rimini

“Nei
giardini sorge il platano largo e benefico d’ombra, l’ippocastano, il
tiglio, l’olivo di Boemia, l’acacia, il pino e tra gli alberi secolari
vivono le piccole rose di luglio bagnate da fontane freschissime.
In
mezzo al verde sorgono le piccole ville colorate di bianco e di rosso che
non si contano più, di stile diverso, che ogni anno crescono di numero. E
queste, dai giardini che circondano lo stabilimento, continuano la loro
lunghissima fila sul mare che le bacia tutte con le sue acque chiare.
La
posizione naturale della stazione balnearia di Rimini è unica, superiore
a tutte le altre.
Dalla
parte di mezzogiorno, frammezzo il verde dei viali, biancheggia Rimini, la
città antica dei Malatesta, piena di ricordi e di leggende che si eleva
con le vecchie torri spezzate e con gli archi romani in mezzo
all’anfiteatro delle sue colline cui stan sopra le tre piume ferrate del
Titano. Dalla parte di levante, l’Adriatico si stende a mo’ di golfo
sino a battere la riva di Pesaro; dalla parte di ponente, pallidamente si
disegna la pineta di Ravenna da cui, nella notte, paiono alzarsi i
fantasmi delle belle donne di Polenta”
Rimini bagni, 1902
Città
antica e nuova insieme, Rimini offre, in una sapiente e felice sintesi,
monumenti di un insigne passato, modernissima organizzazione turistica e
infinite possibilità di svago e divertimento. Una meta ideale non solo di
vacanza, ma un luogo dove scoprire costantemente angoli poco conosciuti,
piccole trattorie immerse nel verde, sentieri e percorsi degni di
escursionisti esperti e un filo conduttore unico in tutta la Romagna: la
voglia di stare insieme; se ogni occasione è buona per incontrarsi,
magari in un bar per una partita di “briscola”, maggiormente lo è per
fare festa, per partecipare agli eventi legati alla natura, allo scorrere
delle stagioni, al susseguirsi delle “feste comandate”; strumento
sapientemente usato per far capire al visitatore come il “popolo”
riminese (e romagnolo, in generale) sia legato alla propria cultura, alle
tradizioni dei “vecchi”, ai cibi, ai sapori, all’ “aria” di
casa, in maniera viscerale, anche se, per il retaggio contadino e
semplice, il riminese resta tuttavia sempre con i piedi ben attaccati a
terra.

Ogni
romagnolo, e quindi ogni riminese, si riconosce immediatamente ovunque ed
in qualsiasi circostanza: è caparbio, ostinato e cocciuto ma anche
generoso, espansivo e altruista; ama la piadina venduta nei chioschi agli
angoli delle strade, tirata da “azdore” fiorenti, possibilmente
farcita con grosse fette di prosciutto nostrano tagliato col coltello e
annaffiato da un robusto bicchiere di sangiovese.
La
presenza umana, sul territorio della provincia di Rimini, è attestata fin
dal Paleolitico. Nell’età del ferro si formò, nella valle del fiume Marecchia, forse con l’apporto di coloni etruschi, la città
villanoviana di Verucchio: un fiorente centro commerciale retto da una potente
oligarchia di guerrieri.
La
colonizzazione di Rimini, però, risale al 268 a.C. ad opera
dei Romani, per i quali divenne nodo strategico e punto di incontro di
traffici commerciali cui facevano capo tre strade consolari: Flaminia,
Aemilia e Popilia. Di questo periodo restano ancora molte e importanti
testimonianze come l’Arco
d’Augusto, eretto in onore dell’imperatore Augusto nel 27 a.C.
come nuova porta “urbica” e che segnava l’inizio della via Flaminia
che congiunge tuttora Rimini a Roma; dalla parte opposta della città,
continuando nel decumano massimo (l’attuale Corso d’Augusto), si trova
il Ponte di Tiberio, iniziato
da Augusto e portato a termine da Tiberio fra il 14 e il 21 d.C., da cui
inizia la via Emilia: si tratta di un ponte molto particolare che ha
richiesto quasi un decennio di tempo per la costruzione, costituito da
cinque arcate a tutto tondo che lo rendono resistentissimo alle piene;
altro esempio imponente del periodo romano è l’anfiteatro
che sorgeva, all’epoca, isolato sul lido marino: aveva una forma
ellittica ed era dotato di un’arena solo di pochissimo (appena un metro)
più piccola di quella del Colosseo.
La
caduta dell’impero romano segna, per il territorio riminese, l’inizio
di un lungo periodo di distruzioni. Terra di passaggio obbligato tra nord
e sud, il riminese viene attraversato e saccheggiato dalle varie orde
barbariche. Si susseguono al potere Ostrogoti, Bizantini, Longobardi ecc
fino ad arrivare all’annessione allo Stato Pontificio nell’VIII
secolo.
Un
altro periodo glorioso Rimini lo visse, come protagonista, nel Medioevo,
in qualità di libero comune
riconosciuto, nel 1157, da Federico Barbarossa e dal Papa.

Nel
1295 ha fine il periodo dei liberi comuni e d inizia ufficialmente il
periodo dei Malatesta che, in
due secoli circa, estendono il loro potere su tutta la Romagna meridionale
e sulla costa marchigiana fino a Fano. Signori della guerra, i Malatesta
sono, con i Visconti e gli Scaligeri (nel periodo a cavallo fra il
Medioevo ed il Rinascimento) una delle maggiori signorie della penisola
italiana, in grado di rivaleggiare per ambizioni di mecenatismo con i più
noti Este, Gonzaga e Medici. All’epoca malatestiana risalgono la maggior
parte dei castelli e dei borghi fortificati dell’entroterra riminese ma
con la morte di Sigismondo Pandolfo Malatesta nel 1468 si oscura l’astro
malatestiano ed il riminese torna nell’anonimato dei possedimenti dello
Stato della Chiesa.
Il
‘700 e l’800 registrano a Rimini avvenimenti comuni ad altre parti
d’Italia: la conquista napoleonica, le lotte per l’indipendenza fino
alla costituzione con relativa annessione nel Regno d’Italia.
Verso
la metà del XIX secolo nasce l’industria dei bagni dando vita alla più
fiorente attività economica ancora tale ai giorni nostri.


